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A ricordarmi del bene che ho fatto ci pensano i lividi che mi hanno fatto.

Arrivano quei momenti che spesso ci spaventano in cui tiriamo le somme. Le somme di ciò che abbiamo dato e ricevuto, ma sopratutto di ciò che è rimasto.

A farne le spese, è sempre la nostra memoria, che conserva lividi indelebili per quanto possiamo esser bravi a dimenticare o a far finta di andar avanti. Segni di ciò che siamo stati o abbiamo accettato di sopportare per il bene o l’amore di qualcuno.

”Non mi pento dei momenti in cui ho sofferto, porto su di me le cicatrici come se fossero medaglie.”(Paulo Coelho)

Ci caschiamo sempre. Ci chiediamo il perchè di alcuni gesti ma il conforto migliore è quello di accettare semplicemente che le cose accadano.

Senza un valido motivo, perchè quello prima o poi lo capiremo e ci apparirà come la soluzione di un rebus da cui non ne veniamo a capo.

Alcuni li chiamano errori, io preferisco definirli step, di crescita, necessari non solo a conoscerci meglio ma sopratutto a capire chi non vogliamo essere.

”Da certe ferite ho imparato ad essere migliore di chi me le ha inflitte.”(Ritagodino, Twitter)

Il requisito fondamentale è non avere mai rimorsi. Dare tutto, voler bene, amare ne vale sempre la pena. Le nostre ferite, a volte, rivelano la nostra parte migliore perchè ci siamo spinti oltre quel che pensavamo di essere, maturando e dimostrando il nostro potenziale.

Se meritato o meno, è un problema degli altri, che non hanno saputo carpire e apprezzare ciò che avevamo da offrire. Non lesinate mai nulla, se necessario riempite il vostro corpo di così tante cicatrici da farne una mappa. Sì, una mappa su cui gli altri vedranno tracciati solo dei solchi sulla pelle, ma a voi ricorderanno il viaggio che vi ha permesso di essere ciò che siete diventati.

”Ho una cicatrice, sembra un tatuaggio sai che cosa dice? Avanti coraggio!”(Jovanotti)

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I gioielli più preziosi che ho al collo sono le braccia dei miei figli.

Proposito del 2020? Vengo prima IO, il resto può aspettare…