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Racconto Buddista insegna che per essere felici occorre imparare a ignorare molte cose.

Le relazioni interpersonali possono portare certamente portare alla felicità – quando si tratta di relazioni sane – ma quando una relazione è malata i problemi e le preoccupazioni che ne conseguono possono davvero fare del male. Cercare di raggiungere la piena felicità potrebbe in ogni caso risultare un’utopia, questo perché per essere davvero felici non basterebbe un’intera vita.

Forse vi sono momentini minuscolini di felicitàe sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza.

Così rispondeva il Principe De Curtis ad una giovane Oriana Fallaci nel 1963, in un’intervista rilasciata per L’Europeo. Un concetto tanto vero quanto attuale quello racchiuso in queste semplici parole. Forse dovremmo rassegnarci e accettare che l’unico modo per essere veramente felici è quello di imparare a dimenticare. Il ricordo infatti se da un lato riesce a dare una sorta di benessere nostalgico, dall’altro induce l’uomo a restare proiettato in un passato che, seppur piacevole, impedisce alla mente di lanciarsi verso una felicità futura.

Un racconto buddista spiega come riuscire ad essere veramente felice.

Si racconta che una volta un uomo si avvicinò a Buddha e, senza proferire la minima parola, gli sputò in faccia. Questo gesto inspiegabile fece indignare i discepoli del grande maestro. Tra loro, Ananda, il discepolo più vicino, disse a Buddha:

– Dammi il permesso di dare a quest’uomo la lezione che merita!

Buddha, asciugandosi con calma, rispose al suo fidato discepolo:

– Stai tranquillo. Parlerò io.

Unendo così i palmi delle mani in segno di riverenza Buddha si rivolse a quell’uomo:

– Ti ringrazio. Il tuo gesto mi ha consentito di capire che la rabbia mi ha abbandonato. Ti sono profondamente grato. Ho potuto anche constatare che Ananda e gli altri miei fedeli discepoli possono ancora essere assaliti dalla rabbia. Ti siamo molto grati.

L’uomo rimase spiazzato dalla risposta di Buddha e ne rimane profondamente turbato.

Si tratta di un racconto molto semplice, di una semplicità disarmante. La stessa semplicità con cui Buddha riuscì a spiazzare l’uomo che poco prima lo aveva offeso con un gesto tanto inspiegabile.

Imparare ad ignorare ciò che ci arreca del dolore non significa essere delle cattive persone. Significa riuscire a dare a ciò che ci succede il giusto valore. Mi ha lasciata, mi ha tradito. Sono tutte esperienze cui nessuno vorrebbe trovarsi a fronteggiare.

Eppure imparare a ignorare significa imparare a dare poco peso a parole, atteggiamenti che potrebbero intaccare il nostro equilibrio personale. Non occorre rispondere alla rabbia con ulteriore rabbia. Si rischia solo di far degenerare le cose senza poi riuscire a trovare un soluzione utile al problema. Mantenere la calma significa riuscire a vedere il problema con la giusta lucidità. Lasciarsi sopraffare dalle emozioni negative è dannoso e controproducente.

Ecco perchè si parla di Terapia del Lutto non sono quando a lasciarci è qualcuno che ha abbandonato questa vita. Si parla di questa terapia anche quando ad andare via è qualcuno che semplicemente ha deciso di non condividere più la sua vita con noi.

Secondo la psicologia moderna cinque sono le fasi fondamentali attraverso cui un soggetto deve passare per riuscire ad andare avanti. Sono delle fasi che conducono perfettamente allo stesso esito proposto dal Buddha in questo racconto. Sono fasi che ci consentono di renderci finalmente liberi, impermeabili alla rabbia nei confronti di chi ci ha fatto soffrire. Fasi che possono aiutarci ad ‘essere felici’.

Negazione. E’ la prima e più comune delle cinque fasi. Non appena qualcuno ci fa del male o ci abbandona tendiamo a negare questo suo atteggiamento. Non crediamo ai nostri occhi. Sembra quasi di guardarci dall’esterno. Ci estraiamo da noi stessi incapaci di accettare che una simile situazione sia toccata in sorte proprio a noi.

– Rabbia. Una volta presa coscienza della situazione la negazione viene spazzata via dalla rabbia. Siamo arrabbiati, frustrati e tutto quello che vorremmo è urlare contro chi ci ha provocato tanto dolore. La rabbia è la fase più aggressiva del’intero processo. Se si ristagna troppo in questa fase le conseguenze potrebbero essere pericolose. Si rischia di restare schiacciati dalla sofferenza. Si rischia di non guarire.

Ribellione. La naturale conseguenza dalla rabbia è la ribellione verso quel qualcuno che ci sta facendo ancora soffrire. Si cerca di concentrarsi su se stessi, di negare i sentimenti che probabilmente ancora si provano verso quella persona. Ci si convince – o almeno si prova – che stare da soli è meglio, che non si ha bisogno di nessuno, specialmente di quel qualcuno…

Accettazione. E’ la fase più difficile da raggiungere. Occorre tanto tempo prima di riuscire ad accettare veramente questa situazione. Si accetta serenamente di aver amato, e tanto – anche se era la persona sbagliata, e di aver sofferto in virtù di quell’amore che per te era autentico. Si inizia a dare un senso a quello che ci è capitato. Un senso al tempo passato dietro a quella persona. Si capisce di non aver sprecato tempo, ma di averlo coltivato – quando si ama non si perde mai. Si capisce che quella è stata un’esperienza di vita e che in futuro, in virtù di quella, si cercherà di non sbagliare più-

– E’ così che subentra la fase successiva. La ricostruzione. Si è raggiunto un tale equilibrio interiore che ricostruire la propria vita sembra la naturale prosecuzione del proprio cammino. Ed è così che finalmente si guarisce.

Riproduzione riservata – Psicologa Psicoterapeuta Tucci Teresa

 

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